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Breve storia del mandolino

Simone MartiniLa storia del mandolino è intimamente legata alla storia del liuto, principe degli strumenti a pizzico e onnipresente dal Medioevo ai primi anni dell’800.
E’ universalmente riconosciuto che il liuto è uno dei numerosi “doni” che la Civiltà islamica ha fatto all’Occidente, frutto dei contatti di vario tipo avvenuti tra le due culture nel corso della storia (commerci, guerre, invasioni, spettacoli itineranti, ecc. ecc.). L’influenza maggiore della cultura Araba si sentì, ovviamente, nelle zone di confine e di invasione, quindi in Spagna e in Italia Meridionale ma penetrò attraverso queste porte in tutto il resto d’Europa. Tra i tanti tipi di strumenti della famiglia della famiglia arabo-persiana dei Tanbur, si possono individuare i due principali che hanno dato origine o influenzato le varie tipologie a pizzico occidentali: AL’UD (il legno) e SAZ (strumento musicale). Il primo ha le seguenti caratteristiche: cassa tondeggiante, manico corto, corde di budello, cordiera fissata sulla tavola armonica.
Il secondo: cassa tondeggiante, manico lungo, corde metalliche fissate sotto la parte inferiore della tavola armonica, ponticello mobile.
Facciamo ora una descrizione del liuto: cassa piriforme dal fondo panciuto, rosa circolare traforata al centro della tavola armonica, manico corto e largo, cavigliere piegato ad angolo retto, cordiera fissata sulla tavola armonica. Lo strumento-tipo porta 6 cori di corde, 5 preferibilmente doppie e un cantino semplice. Dello strumento base derivano varie tipologie che cambiando di dimensione e accordatura riempiono l’intera gamma, dal Basso al Soprano.
Il nome mandora appare nel corso del XVI secolo ed indica uno strumento dalle dimensioni più piccole del liuto, con 4 cori di corde singole o doppie. Si era diffusa soprattutto in Francia, Germania e Inghilterra.
La variante italiana di questo strumento venne chiamata mandola forse dalla forma “a mandorla”. Questa aumenta il numero di corde, 5 o 6, singolo o doppie, accordata per quarte con l’aggiunta di una terza.
Il termine mandola è usato per la prima volta nel 1589 a Firenze, nell’organico strumentale dei famosi Intermedi alla Commedia “La Pellegrina” di G. Bargagli, composti in occasione delle nozze tra Ferdinando I de’ Medici e Cristina di Lorena.
Il nome mandolino è successivo, usato da Antonio Stradivari (1644 ca.-1737) e da Tommaso Motta nel suo “Armonia Capricciosa...” del 1681. Il nome deriva chiaramente da mandola, forse per le dimensioni più ridotte, ma si ipotizza anche per il confronto con i grandi strumenti apparsi nel XVII sec. come tiorba e chitarrone. Di fatto con mandola e mandolino si poteva indicare lo stesso strumento.
Cassa piriforme leggermente concava ottenuta con l’accostamento di piccole assicelle (doghe) incollate fra loro e a forma di “fette di melone”; foro di risonanza artisticamente intagliato sulla tavola; cavigliere “a falcetto” con piroli laterali; manico largo e corto con tastature da 7 a 12 ottenute con legacci di budello; 5 o 6 cori di corde di budello, singole o doppie, accordate per quarte con una terza fra il quinto e sesto coro, legate ad un cavigliere incollato sul liscio piano armonico: la discendenza dal liuto è evidentissima.
Questo strumento veniva suonato con un plettro ottenuto dalla corteccia di ciliegio asciugata, intagliata a forma di cuore e limata fino ad ottenere lo spessore e la flessibilità desiderati. Oltre che mandola/mandolino poteva essere denominato o mandolino lombardo, o milanese o addirittura cremonese (probabilmente in omaggio ai modelli stradivariani).
Assieme a questo tipo, nel 700 si usava anche un altro mandolino detto bresciano. Esso conservava le caratteristiche principali del precedente ma montava 4 cori di corde singole, accordate per quinte come il violino, anch’esse in budello e con il foro di risonanza intagliato sulla tavola senza decorazioni.
Solo a partire dalla metà del XVIII sec. appare sulla scena musicale uno strumento detto mandolino napoletano con caratteristiche diverse dal più antico mandola/mandolino. Il profilo è piriforme ma la cassa è più profonda, sempre ad assicelle incollate; il foro di risonanza è ovale e semplicemente intagliato; sulla tavola vi è applicato una placca di tartaruga per salvaguardarla dall’usura del plettro; il manico è più stretto, diviso in tasti da traversine di metallo; il cavigliere è “a spatola” leggermente inclinato, con i piroli infissi posteriormente. Monta 4 cori di corde doppie, parte in budello e parte in metallo (ottone), accordato per quinte e legate con uno zocchetto alla base dello strumento, dotato di ponticello mobile. L’uso di corde di metallo rende necessaria una “spezzatura” sul piano armonico, all’altezza del ponticello, per compensare la maggior pressione delle corde. Tale strumento veniva sollecitato attraverso un plettro ottenuto dall’estremità di una piuma d’uccello o dal guscio di tartaruga.
Dopo la descrizione dei principali tipi di mandolino, appaiono chiare le differenti genealogie dai 2 prototipi arabo-persiani de AL’UD e SAZ. Semplificando ulteriormente, dal primo deriva la famiglia dei liuti Rinascimentali e Barocchi, successivamente la mandora e poi la mandola/mandolino; dal secondo la chitarra saracena e poi il mandolino napoletano.
Questi non sono gli unici tipi di mandolino, si conoscono anche il genovese, il siciliano e altri che comunque rappresentano varianti regionali trascurabili. I 3 tipi descritti precedentemente sono di gran lunga i più importanti, sia per diffusione che per uso nel repertorio musicale scritto.
Per tutti i tipi di mandolino esiste un notevole ed interessante repertorio di musica originale di autori noti e meno noti, nella musica da camera, sinfonica e operistica. Tra gli autori più importanti ricordiamo Haendel, Vivaldi, Scarlatti, Mozart, Salieri, Hummel, Beethoven, Paisiello, Bizet, Paganini, Verdi, Mahler, Prokofiev, Henze, Chailly e numerosi altri.
Tra i costruttori possiamo ricordare il già citato Stradivari; Vinaccia, Fabbricatore, Filano e Calace a Napoli; Ferrari a Roma; Vimercati a Milano, Mozzani a Bologna.