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Breve storia del mandolino
La
storia del mandolino è intimamente legata alla storia del liuto, principe
degli strumenti a pizzico e onnipresente dal Medioevo ai primi anni dell’800.
E’ universalmente riconosciuto che il liuto è uno dei numerosi
“doni” che la Civiltà islamica ha fatto all’Occidente,
frutto dei contatti di vario tipo avvenuti tra le due culture nel corso della
storia (commerci, guerre, invasioni, spettacoli itineranti, ecc. ecc.). L’influenza
maggiore della cultura Araba si sentì, ovviamente, nelle zone di confine
e di invasione, quindi in Spagna e in Italia Meridionale ma penetrò attraverso
queste porte in tutto il resto d’Europa. Tra i tanti tipi di strumenti
della famiglia della famiglia arabo-persiana dei Tanbur, si possono individuare
i due principali che hanno dato origine o influenzato le varie tipologie a pizzico
occidentali: AL’UD (il legno) e SAZ (strumento musicale). Il primo ha
le seguenti caratteristiche: cassa tondeggiante, manico corto, corde di budello,
cordiera fissata sulla tavola armonica.
Il secondo: cassa tondeggiante, manico lungo, corde metalliche fissate sotto
la parte inferiore della tavola armonica, ponticello mobile.
Facciamo ora una descrizione del liuto: cassa piriforme dal fondo panciuto,
rosa circolare traforata al centro della tavola armonica, manico corto e largo,
cavigliere piegato ad angolo retto, cordiera fissata sulla tavola armonica.
Lo strumento-tipo porta 6 cori di corde, 5 preferibilmente doppie e un cantino
semplice. Dello strumento base derivano varie tipologie che cambiando di dimensione
e accordatura riempiono l’intera gamma, dal Basso al Soprano.
Il nome mandora appare nel corso del XVI secolo ed indica uno strumento dalle
dimensioni più piccole del liuto, con 4 cori di corde singole o doppie.
Si era diffusa soprattutto in Francia, Germania e Inghilterra.
La variante italiana di questo strumento venne chiamata mandola forse dalla
forma “a mandorla”. Questa aumenta il numero di corde, 5 o 6, singolo
o doppie, accordata per quarte con l’aggiunta di una terza.
Il termine mandola è usato per la prima volta nel 1589 a Firenze, nell’organico
strumentale dei famosi Intermedi alla Commedia “La Pellegrina” di
G. Bargagli, composti in occasione delle nozze tra Ferdinando I de’ Medici
e Cristina di Lorena.
Il nome mandolino è successivo, usato da Antonio Stradivari (1644 ca.-1737)
e da Tommaso Motta nel suo “Armonia Capricciosa...” del 1681. Il
nome deriva chiaramente da mandola, forse per le dimensioni più ridotte,
ma si ipotizza anche per il confronto con i grandi strumenti apparsi nel XVII
sec. come tiorba e chitarrone. Di fatto con mandola e mandolino si poteva indicare
lo stesso strumento.
Cassa piriforme leggermente concava ottenuta con l’accostamento di piccole
assicelle (doghe) incollate fra loro e a forma di “fette di melone”;
foro di risonanza artisticamente intagliato sulla tavola; cavigliere “a
falcetto” con piroli laterali; manico largo e corto con tastature da 7
a 12 ottenute con legacci di budello; 5 o 6 cori di corde di budello, singole
o doppie, accordate per quarte con una terza fra il quinto e sesto coro, legate
ad un cavigliere incollato sul liscio piano armonico: la discendenza dal liuto
è evidentissima.
Questo strumento veniva suonato con un plettro ottenuto dalla corteccia di ciliegio
asciugata, intagliata a forma di cuore e limata fino ad ottenere lo spessore
e la flessibilità desiderati. Oltre che mandola/mandolino poteva essere
denominato o mandolino lombardo, o milanese o addirittura cremonese (probabilmente
in omaggio ai modelli stradivariani).
Assieme a questo tipo, nel 700 si usava anche un altro mandolino detto bresciano.
Esso conservava le caratteristiche principali del precedente ma montava 4 cori
di corde singole, accordate per quinte come il violino, anch’esse in budello
e con il foro di risonanza intagliato sulla tavola senza decorazioni.
Solo a partire dalla metà del XVIII sec. appare sulla scena musicale
uno strumento detto mandolino napoletano con caratteristiche diverse dal più
antico mandola/mandolino. Il profilo è piriforme ma la cassa è
più profonda, sempre ad assicelle incollate; il foro di risonanza è
ovale e semplicemente intagliato; sulla tavola vi è applicato una placca
di tartaruga per salvaguardarla dall’usura del plettro; il manico è
più stretto, diviso in tasti da traversine di metallo; il cavigliere
è “a spatola” leggermente inclinato, con i piroli infissi
posteriormente. Monta 4 cori di corde doppie, parte in budello e parte in metallo
(ottone), accordato per quinte e legate con uno zocchetto alla base dello strumento,
dotato di ponticello mobile. L’uso di corde di metallo rende necessaria
una “spezzatura” sul piano armonico, all’altezza del ponticello,
per compensare la maggior pressione delle corde. Tale strumento veniva sollecitato
attraverso un plettro ottenuto dall’estremità di una piuma d’uccello
o dal guscio di tartaruga.
Dopo la descrizione dei principali tipi di mandolino, appaiono chiare le differenti
genealogie dai 2 prototipi arabo-persiani de AL’UD e SAZ. Semplificando
ulteriormente, dal primo deriva la famiglia dei liuti Rinascimentali e Barocchi,
successivamente la mandora e poi la mandola/mandolino; dal secondo la chitarra
saracena e poi il mandolino napoletano.
Questi non sono gli unici tipi di mandolino, si conoscono anche il genovese,
il siciliano e altri che comunque rappresentano varianti regionali trascurabili.
I 3 tipi descritti precedentemente sono di gran lunga i più importanti,
sia per diffusione che per uso nel repertorio musicale scritto.
Per tutti i tipi di mandolino esiste un notevole ed interessante repertorio
di musica originale di autori noti e meno noti, nella musica da camera, sinfonica
e operistica. Tra gli autori più importanti ricordiamo Haendel, Vivaldi,
Scarlatti, Mozart, Salieri, Hummel, Beethoven, Paisiello, Bizet, Paganini, Verdi,
Mahler, Prokofiev, Henze, Chailly e numerosi altri.
Tra i costruttori possiamo ricordare il già citato Stradivari; Vinaccia,
Fabbricatore, Filano e Calace a Napoli; Ferrari a Roma; Vimercati a Milano,
Mozzani a Bologna.